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DIARI
La disputa tra utopia e realtà ha un campo di battaglia che si chiama Gibellina.
11 settembre 2008

Stella di Consagra - simbolo di Gibellina


Queste parole di Derek Walcott descrivono bene quello che provo quando vado a Gibellina.

Questa città ha una storia assurda perchè è il campo di battaglia dove le idee si scontrano con la realtà, dove un uomo idealista e sognatore come Corrao rende l'utopia una dittatura. Non te lo aspetteresti nell'entroterra siciliano più povero una cattedrale nel deserto della migliore arte contemporanea.

CODICILLO


Schizofrenico, conteso da due stili,
uno la prosa di un pennivendolo, mi guadagno
l'esilio. Arranco per miglia su questa falce
di spiaggia illuminata dalla luna,

mi abbronzo, brucio
per spogliarmi
di questo amore per l'oceano che è amore in se.

Per cambiar lingua devi cambiar vita.

Non posso riparare vecchi torti.
Le onde si stancano dell'orizzonte e tornano.
Gabbiani stridono con rauche lingue

sopra le marce piroche in secca,
erano una nube dal becco velenoso
a Charlotteville.

Un tempo pensavo che bastasse l'amore
per il proprio paese,
ora, anche a scegliere, non c'è posto al trogolo.

Guardo le menti migliori frugare come cani
in cerca di avanzi di favore.
Mi avvicino alla mezza

età, pelle bruciata
 si squama dalla mano come carta, o velo
di cipolla,
come l'enigma di Peer Gynt.

Nel cuore non c'è nulla, nemmeno la paura
della morte. conosco troppi morti.
Sono tutti familiari, tutti in carattere,

persino nel morire. Sul fuoco
la carne non teme più quella rovente bocca della terra,
quella fornace del sole o il suo deposito di cenere,
nè questa falce di luna che si annuvola e si snuvola,
che di nuovo imbianca questa spiaggia
come una pagina vuota.

Tutta la sua indifferenza è una rabbia differente.

















CULTURA
spoon river 2
2 gennaio 2008
Ah ecco... giusto per rimanere in tema con la "Antologia di Spoon River" vi consiglio di fare un salto sul blog personaggi precari. Lo stile asciutto, concreto e disarmante è più o meno simile, solo che quello del blog rientra nei 160 caratteri di un sms... del resto anche la letteratura si adegua alla tecnologia.
letteratura
letteratura
24 settembre 2007

Va bene ho capito... sono noiosa... ma che cavolo! Non potete fare il boom di visite sui racconti di Fede o sul post di Max Gazzè... uffiiiiiiiiiiiii.....
Vi prometto che ne pubblicherò altri però vorrei chiedervi un favore, se li leggete davvero quei racconti, visto che gli faccio da editor e devo selezionarne un pò, non potreste lasciare dei commenti per  migliorarli??? Please... lo so che è uno sbattimento però mi dareste una mano. Grazie.

Oggi però vorrei cambiare argomento, sempre rimanendo in ambito letteratura, vi voglio presentare un libro davvero davvero bello.
Il titolo è "Kult" e l'autore è Ljubko Deres, un autore contemporaneo ucraino... quando dico contemporaneo forse dovrei dire coetaneo visto che è nato nel 1984...Questo libro, che è stato best seller e caso editoriale in Russia e Germania (il che significa che si sta parlando di un bel pò di gente, vista la densità popolativa di queste nazioni), lo ha scritto e pubblicato quando aveva solo 16 anni... dico 16 anni... Io cosa facevo a 16 anni? Boh mi fumavo le canne nel bagno  della scuola, qualche rapporto di sesso orale con qualche sfigato dark e/o comunistoide (le cose non erano necessariamente mutuamene escludenti) del mio istituto, leggevo sentieri interrotti e organizzavo gli scioperi.... Invece questo tizio, che tral'altro ho scoperto essere anche figo (manda quindi a puttane l'equazione: scrittore-letterato = sfigato-brufoloso-asociale durante il liceo), scriveva un capolavoro della scrittura postmoderna-postpunk (per descrive un libro bello, di questi tempi se non usi almeno una parola con il prefisso post non vieni neanche preso in considerazione! Quindi melius abundare quam deficere).

Ho deciso di riportarvi qui un estratto molto bello, dove lui strafatto di Taren (che è descritto come un anestetico per cavalli e quindi dovrebbe essere un pò la versione del nostro MDMA, solo in capsule) parla con una teiera (che dire fosse un film della Walt Disney sarebbe tenerissimo).

Subcapitolo 3, pag 31

Le ore successive rimasero dei buchi neri nella sua memoria. Si riprese nella tromba delle scale. Era chiaro che stava tornando a casa.
Il padre come al solito era al lavoro.
"Lavati le mani. E' pronto da mangiare", pare che gli disse allora, ma non è sicuro. Lavandosi le mani, si prese il terzo Taren.

Nello specchio del bagno si riflettevano l'attaccapanni e l'accapatoglio del padre. Banzaj si sciacquò il viso e domandò al padre, del quale vide il riflesso, perchè fosse già a casa. Lui rispose che da tutti, ma non da suo figlio, si sarebbe aspettato una cosa così stupida come quella che aveva combinato Jurko oggi a scuola. Banzaj rispose qualcosa (qualcosa di spiritoso e azzeccato, ma cosa? non riusciva a ricordarlo), e proprio in quel momento arrivò zoppicando la nonna e gli chiese con chi stesse parlando.

Banzaj stava in cucina e mangiava la zuppa. La nonna se ne andò da una delle sue vecchie amiche. Iniziò allora una discussione sorprendentemente interessante con la teiera. Pare che l'argomento fossero i pallini bianchi che vi erano sopra.

Tornò la nonna e Banzaj promise a bassa voce alla teiera di non rivelare nemmeno una parola del loro discorso.
Pare che la teiera abbia approvato la scelta.

Ljubko Deres, Kult, Fazi editore 2007

letteratura
hhh
22 agosto 2007
Ci sono pochi libri al mondo che segnano davvero il percorso delle persone, o almeno per quel che mi riguarda mi ricordo solo il 10% dei libri che ho letto (il che e' gia' un numero considerevole), ma di questi solo 3 - 4 sono davvero parte di me.
Un autore in particolare, devo ammettere, riesce a rappresentare a pieno la mia inquietudine.
No, non sto parlando di Pessoa come alcuni di voi potrebbero ingenuamente pensare, ma sto facendo riferimento ad uno dei piu' grandi autori giapponesi a noi contemporanei: Haruki Murakami.
Chiunque fosse un appassionato della produzione culturale giapponese degli ultimi anni, saprebbe gia' le caratteristiche che rendono unici i lavori di questi artisti: la capacita' di descrivere gli avvenimenti con dovizia di dettagli, ma lasciando libera la mente del fruitore, la loro abilita' di creare visioni immaginifiche, la loro delicatezza ed una squisita sensibilita' per l'ambito del privato.

Il libro che ho appena finito di leggere e che mi ha completamente assorbito la mente per tutta la mia breve, intensa e preoccupante vacanza e' "Norvegian Wood" (questo e' il titolo originario, ma in Italia e' meglio conosciuto come Tokyo Blues).
 Norvegian Wood, come ben saprete, e' una canzone dei beatles contenuta in quel capolavoro assoluto che e' St. Pepper.

La trama e' abbastanza scontata, e' il solito libro che narra il passaggio di un ragazzo dall'adolescenza all'eta' adulta  (ho il sospetto che il Watanabe curioso, assorto e sensibile del libro sia lo stesso Haruki ai tempi dell'universita').
Leggittimo a questo punto interrogarsi su cosa lo renda cosi' particolare.... semplice, e' vero.
E' la realta' come la si dovrebbe vivere, mostrando tutto di se'.
Per esempio nel libro, non c'e' mai neanche una volta quel comunissimo espediente letterario dei punti di vista plurimi. Il lettore non e' mai avvantaggiato rispetto al protagonista nel sapere come andra' la storia, cosa pensano gli altri di lui...
Per le 374 pagine del libro ho brancolato con Watanabe nel buio, sofferto con lui, cercato delle risposte con lui e non ne ho trovate... come lui.
Questo libro ha avuto un effetto catartico, direi che si tratta della Medea dei nostri tempi.
Il rifiuto dei tipici espedienti letterari, caratteristici dei romanzieri occidentali, in particolare di quelli anglosassoni, rende la sua scrittura cosi' fluida e complessa al tempo stesso.
E' un complicato semplice... la parte simbolica della narrazione e' la parte quotidiana comune a tutti noi. Riesce a valorizzare ogni cosa. Il che mi ha fatto riflettere su quanto non fosse realmente assopita la mia capacita' di elaborazione della realta'.
Tutto nella sua scrittura diventa cosi delicatamente autentico, che anche una scopata occasionale e' un momento di crescita.

Vorrei riportarvi un pezzo di un discorso di Midori sulla politica studentesca che riflette molto alcune situazioni in cui mi sono imbattuta (specie durante questa vacanza, in cui l'argomento principale era come riuscire a scuotere lo stato vegetativo di una citta' come Palermo... non nascondo la mia irritazione per le argomentazioni che sono state tirate in ballo... ma questa e' un'altra storia...)

".... - Per non parlare poi della discussione. Tutti usavano le parole piu' difficili con l'aria di chi non ha fatto altro in vita sua. Io che non capivo mi azzardavo a fare domande del tipo : 'Che vuol dire sfruttamento imperialistico?' (...) o 'Distruggere la cooperazione industria-universita' significa che dopo la laurea non bisogna cercare lavoro presso un'industria?' Ma nessuno mi dava spiegazioni, anzi si arrabbiavano sul serio. (....) 'Come e' possibile che non capisci queste cose?' mi dicevano. 'Come pensi di vivere senza un'idea nel cervello?'. Ma io sono quella che sono. Non saro' molto intelligente. Sono una persona comune. Ma sono le persone comuni quelle che sostengono la societa', quelle che vengono sfruttate? E sbandierare di fronte alle persone comuni parole che non possono capire me lo chiamate rivoluzione? Trasformazione della societa'? Io vorrei fare veramente qualcosa per migliorare le condizioni della societa'. E credo che se ci sono veramente persone sfruttate bisogna mettere fine a questa cosa. E non e' proprio per questo che facevo domande cercando di capire? (...) Allora pensai: questi sono solo una massa di mistificatori. Si compiacciono di usare paroloni difficili a effetto per suscitare l'ammirazione delle ragazze appena entrate all'universita', e in realta' pensano solo ad infilare le mani sotto alle loro gonne. Poi quando arrivano al quarto anno si tagliano i capelli, trovano un bell'impiego (...), si prendono una moglie carina che non ha mai letto una parola di Marx e affibbiano ai loro bambini i nomi piu' pretenziosi che trovano. (...) Ma non e' solo il club. Tutta l'universita' e' piena di questi ipocriti. Passano la vita tremando, nel terrore che gli altri possano scoprire che non hanno capito qualcosa. E naturalmente leggono tutti gli stessi libri, si riempiono tutti degli stessi paroloni, ascoltano tutti John Coltrane e si esaltano con i film di Pasolini. Sarebbe questa la rivoluzione?"

P.S. Giusto per un mio piccolo sfogo e rivincita personale... se cambiate imperialismo con mafia e univertita' con centri di cultura, spostate il discorso dalla rivoluzione armata a quella pacifista e Marx con il Damien Hirst di turno... vi ho datto un saggio dei discorsi che ho dovuto ascoltare durante la mia vacanza. Discorsi fatti da forestieri che pretendono di capire l'essenza di una citta' come Palermo non vivendoci e rivolti a pseudo-intellettualoidi autoctoni spinti piu' dalla voglia di emergere che da quella di cambiare lo status quo. Inutile dirvi che i miei livelli di bile erano insostenibili. Poiche' stimo molte delle persone coinvolte in questa discussione mi sono morsa la lingua per non mandarli a fanculo... ideologicamente parlando.
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